(Edgar) Lee Ma/st/vers & The La’s
One shot band. Ovvero, one man clappin’ in the pouring rain. O meglio, lasciati da parte i salvati, rimangono solo i sommersi. Viviamo in un’epoca tumultuosa. Quando l’umore ci scende come un novembre umido e piovigginoso, quando uno deve fare riferimento ai principi morali più saldi per non scendere in strada e buttar giù il cappello a tutti i passanti che incontra, quando vi capita di fermarvi davanti a ogni vetrina di pompe funebri che trovate, allora, è giunto il tempo di riascoltare
Quel video così scolorito, che rifarlo oggi costerebbe al più cool dei registi venti o trenta milioni di sterline, è tutto quel che rimane dell’epopea, breve e sfortunata di Lee Mavers e dei La’s.
La storia è semplice e lascia atterriti. Nel 1986 Mavers e altri tre o quattro disadattati di Liverpool, forti delle loro facce stanche tipiche di noi che abbiamo visto il Mersey, fondano un gruppo. Aderiscono senza indugi alla corrente del Jangle Pop, una sorta di riedizione problematica dello scintillante pop anni 60, con meno fiori e più partite dell’allora First Division finite zero a zero sotto l’acqua, denti storti e capigliature à la Ringo Starr.
Nel 1990, il craque. Mavers scrive There She Goes, il singolo migliore di tutti i tempi anche del futuro, secondo un’apposita giuria di esaltati morfinomani. Al di là delle iperboli, la canzone è meravigliosa, i La’s si impongono a dispetto dell’abbigliamento scialbo e e delle facce semplicemente impresentabili.
Oggi. Secondo un recente test psicologico, risulto un perfezionista maniaco compulsivo. Tale scomodo concetto mi è stato riassunto da un professionista del placement con la formula “Attento figliolo, il meglio è nemico del bene“.
Flashback: 1991. Perchè oggi si continua ad osannare il gruppo più sopravvalutato di tutti i tempi, i-mai-stati-non-bolsi Queen, e nessuno ha in cameretta il poster dei La’s? La risposta ce la fornisce Wikipedia:
“Dopo aver suonato in tour per tutto il 1991, il perfezionismo di Mavers lo spinge a riscrivere e riarrangiare le canzoni del primo album, ma questo processo non porta a nulla di concreto ed esclusi un paio di concerti del 1995 con una nuova band, i La’s non hanno mai dato ulteriori prove della loro esistenza.”
/ there the article goes again / Fw >>
Dunque, un luminoso caso di meglio nemico del bene. Ma le spiegazioni facili non giustificano la complessità del reale. Si potrebbe dedurre che le immancabili droghe abbiano sedato il raziocinio dello storto Mavers, ma come sempre, la spiegazione sta nelle parole.
Lee Mavers era sbagliato fin dal nome. Come tutti possono notare, la corretta e decente grafia del nome sarebbe dovuta essere Marvers, o ancor meglio (nemico del bene) Masters. Proprio come Edgar Lee Masters, l’autore de “L’Antologia di Spoon River“.

Curiosamente, i nostri due Lee vissero esistenze artistiche parallele. Masters, dopo aver dato alle stampe l’Antologia, racconta Wikipedia,
“Sebbene non abbia mai più replicato il successo dell’Antologia di Spoon River, fu uno scrittore prolifico in diversi generi, pur continuando a prediligere la poesia. La sua opera fu riconosciuta con la Mark Twain Silver Medal nel 1936, coi premi Poetry Society of Americae Academy of American Poets Fellowship nel 1942 e Shelly Memorial Award nel 1944.“
Opere tragicamente misconosciute, che fanno il paio con le anonime altre produzioni di Mavers, e con le sue ignobili comparsate, nel corso degli anni, a fianco dei Gallagher in versione “dai-un-altro-quarto-d’ora-di-celebrità-ai-tuoi-idol-d’infanzia” o in tempi più recenti con l’enfant prodige Pete(r) Doherty, decisamente un grandissimo cercatore di perle tra l’immondizia. Il fantasma di Edgar Hoover mi lascia un post it confidenziale sul frigo:
“è chiaro come individui moralmente handicappati cerchino sollievo nella comune frequantazione“.
Curiosamente, o forse è il caso di utilizzare termini più radicali, come spaventevolmente, tra le poesie di Lee Masters, c’è n’è una particolarmente adatta all’uopo. Si intitola Walter Simmons:
E tutta Spoon River stava attenta e aspettava
di vederla funzionare, ma non funzionò mai.
E alcune anime pietose credevano che il mio genio
fosse in qualche modo impacciato dal negozio.
Non era vero. La verità era questa:
che non avevo genio.
Edgar Lee Masters, probabilmente messo in allarme dal suo stesso nome, mise il messaggio in bottiglia, diretto inequivocabilmente al suo omonimo refusato, Lee Mavers, per metterlo in guardia da un oblioso destino.

E così l’umana commedia si strascina impietosamente, falciando con materna lentezza i procastinatori, gli inetti, le vittime designate, i capri espiatori e più in generale le sorelline più piccole. Sì, dello stupido mondo antico, del feroce mondo moderno.
Questo articolo è dedicato agli spacciatori di Manchester, forse le figure più influenti del (sul) britrock dopo le segretarie, pazienti e forse disincantate, della Creation Records.
Luca à rebours
LE tutta Spoon River stava attenta e aspettavadi vederla funzionare, ma non funzionò mai.E alcune anime pietose credevano che il mio geniofosse in qualche modo impacciato dal negozio.Non era vero. La verità era questa:che non avevo genio.



One Comment
[...] cimiteri. In uno vi dorme il padre keniota del Re Nero, nell’altro dorme un sonno malmostoso Edgar Lee Master. La morte, come la politica, procura strani compagni di [...]
Tom Wilson Resivited « The Walwian
7/17/2009
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